Il gioco del cinema per vivere mille vite: a Sedici Modi di Dire Ciao i ragazzi diventano registi e attori

Fuori dai banchi, lontano dai libri e dalle lavagne, alla luce di una telecamera accesa. La spia rossa lampeggia, segnalando a tutti che le riprese sono iniziate e subito ci si alterna tra cameramen e attori, tra addetti al montaggio e assistenti di regia, tra sceneggiatori e comparse. Non è un segreto che ciò che appare sul piccolo e grande schermo o su un palcoscenico, è solo l’elaborazione finale di un grande lavoro che si svolge sul set.

Fuori dai banchi, lontano dai libri e dalle lavagne, alla luce di una telecamera accesa. La spia rossa lampeggia, segnalando a tutti che le riprese sono iniziate e subito ci si alterna tra cameramen e attori, tra addetti al montaggio e assistenti di regia, tra sceneggiatori e comparse. Non è un segreto che ciò che appare sul piccolo e grande schermo o su un palcoscenico, è solo l’elaborazione finale di un grande lavoro che si svolge sul set. Ci sono gli attori, gli showrunner, i direttori della fotografia, c’è ovviamente il regista ma ci sono anche le cosiddette maestranze. Le persone che si occupano di trucco e parrucco, della scenografia e delle mansioni tecniche che riguardano suoni, luci, effetti speciali, location e tutti quei particolari impercettibili che finiscono per rendere davvero unica una produzione.

Sedici Modi di Dire Ciao entra così nel mondo del cinema: il progetto selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini per il contrasto della povertà educativa minorile e interamente partecipato da Fondazione con il Sud, coinvolgerà fino al 2 dicembre oltre 100 ragazzi provenienti da CampaniaCalabria, Basilicata, Veneto e Sardegna. 

Due i lab che hanno focalizzato l’attenzione dei partecipanti sulla settima arte: un workshop a cura del direttore della SRC, Walter Cordopatri sulla recitazione e l’interpretazione e SCHOOL LIVE DOC, a cura di Rosario Minervini, un mosaico fatto di vita reale capace di far rivivere con le immagini lo stesso campus di Cittanova che, con questo laboratorio, diventa un documentario. Un grande racconto corale costruito con testimonianze preziose, catturate dai ragazzi che scoprono da protagonisti il mondo del cinema.

“Grazie a Giffoni ho scoperto un amore profondo per il cinema – racconta Giovanni, 13 anni – mi chiedono perché guardi tutti quei film? Mi dico, perché ci vivo tante vite, ciascuna meravigliosa e nuova come quella che vorrei per me. Perché nella mia troppe volte non mi è piaciuto il finale e tante volte neanche la sceneggiatura. E così questo sono io, che schiaccio ancora il naso contro il finestrino, che guardo il mondo come un bambino. La trama potrà sembrarvi un film di Nolan, ma il finale sarà da ‘vissero tutti felici e contenti’, anche perché con Sedici Modi di Dire Ciao ho capito che tutti quei sogni li posso trasformare in storie, in sceneggiature, in corti. Se ancora non posso avere la vita che voglio posso pur sempre trasformarla in un corto e, magari un giorno, nel mio lavoro”.

Gli fa eco Arianna, 10 anni“Il cinema mi permette di non pensare a nient’altro – spiega – mi fa staccare la spina dal resto del mondo. All’improvviso, esiste solo quello che sta accadendo nel film. Non ci sono più io, non ci sono più gli altri, tutto sparisce ed entri a far parte della storia . E il bello è che ci si può tuffare in tante epoche diverse, in ogni parte del mondo. Ci si diverte, si piange, si ride, si riflette, si scoprono modi di vedere le cose diversi, idee nuove, ci si impegna a capire e analizzare le nostre vite, oppure ci si intrattiene solamente senza pensieri o problemi. Tutto questo l’ho scoperto grazie a Sedici Modi di Dire Ciao e, da grande, mi piacerebbe diventare una brava attrice”.

E a raccontare i segreti dell’interpretazione ai ragazzi è stato Walter Cordopatri: “un bravo attore riesce a farmi credere che sta provando ogni cosa che vive il suo personaggio. Mi riferisco a un’impressione che riguarda l’aspetto esteriore, ma soprattutto quello interiore. Quando un attore non è credibile, non sta facendo bene il suo lavoro. Secondo: un attore deve sorprendermi. È la regola più oscura, lo so, ma è importante. Eccetto alcune piccole parti in cui all’attore è richiesto di non attirare l’attenzione su di sé. Quello è solo uno dei requisiti: un altro è fare in modo che chi guarda non sappia prevedere che reazione avrà a quello che avviene nel film”.

E ancora: “non si insegna la recitazione si trasmette. Il teatro e il cinema sono affascinanti perché non c’è una chiave, ci sono diversi metodi che andrete poi a decodificare secondo il vostro stile. Ci sono tre figure molto vicine agli attori: il pazzo, l’ubriaco e i bambini perché tutti e tre sono veri e non hanno filtri”.

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